Il Bello del Brutto
Una cosa che ho sempre voluto trasmettere con i miei outfit è la libertà di esprimere uno stato d'animo che abbiamo dentro.
Ogni giorno ci svegliamo e possiamo scegliere tutto, tranne una cosa: non possiamo non vestirci.
Metterci quattro stracci addosso accomuna ricchi e poveri, disoccupati e business people, fashionistas e chi dice "a me la moda non interessa".
Rompere le "regole"
Siamo inondati da immagini, regole ed etichette che abbiamo interiorizzato, preferendo capi che "valorizzano" e che ci fanno sentire a nostro agio, non giudicati, in armonia con l'ambiente in cui ci troviamo.
Tutto questo è buono e giusto. Ma, se qualche volta, nel tempo libero, provassimo ad essere in disarmonia con la società e in sintonia con ciò che sentiamo dentro?
Vestirsi potrebbe diventare un atto di divertimento, di ribellione. Potremmo giocare con linee e volumi “sbagliati” per le nostre forme.
Pensa a Rei Kawakubo negli anni '80, che rompeva le convenzioni con imbottiture in giacche posizionate sulla schiena o in altri punti impensabili, sfidando le classiche proporzioni del corpo.
Oppure, guarda a Miuccia Prada negli anni '90, che dichiarò: "Non voglio più creare abiti chic, ma l'opposto. Faccio vestiti brutti con stoffe brutte: bad taste appunto."
La consapevolezza di vestirsi per noi stessi
Concediamoci il lusso – e il piacere – di vestirci per noi stessi, ascoltando il nostro umore.
Riconoscere che oggi ci sentiamo disordinati o trasandati ci aiuta a fare i conti con il nostro malcontento.
Ed ecco che, magicamente, un outfit “brutto” diventa bello grazie al favoloso filtro della consapevolezza.